 |
SANTA DEVOTA
O
IL CORAGGIO DELLA FEDE |
DIOCLEZIANO (284-305) E L'ERA DEI MARTIRI
Nel corso dei tre primi secoli dopo Cristo, il Cristianesimo era considerato, nell'Impero romano, come "religio illicita". Il delitto di Cristianesimo era passibile di morte.
Tuttavia, quando Diocleziano divenne imperatore nel 285, la pace religiosa regnava da 40 anni. Niente lasciava presagire un eventuale cambiamento: sua moglie e sua figlia si preparavano, così si dice, al battesimo, e molti suoi ufficiali erano cristiani.
Nel 293, per permettere all'impero di ritrovare la sua integrità e la sua potenza, Diocleziano riorganizzò la funzione imperiale instaurando la tetrarchia, vale a dire quattro imperatori "Augusto", aiutati ciascuno da un "Cesare": in Oriente, Diocleziano e Galerio; e in Occidente, Massimiano e Costanzo Chlorus, di cui nascerà Costantino, autore dell'Editto di Milano (313) che accorderà la libertà ai Cristiani. È così che, avendo elaborato una teologia che sacralizza il potere imperiale, Diocleziano, facendo appello agli dei Romani e instaurando uno Stato totalitario e poliziesco, si proclamò discendente di Giove e di Massimiano, Cesare di codesto, e si fece forte dell'appoggio di Ercole. L'"adorazione" faceva ormai parte del cerimoniale della corte.
Di fronte ad una tale filiazione divina, che doveva manifestare il carattere sacro dell'imperatore, davanti al quale ci si prosterna, si capisce il pericolo politico rappresentato dal Cristianesimo, incompatibile con la teologia di "una vecchia religione che non dovrebbe essere criticata da una nuova" (Editto del 297).
|
Diocleziano regnò dunque con Massimiano, il quale fu associato all'impero fin dal 286 e ricevette l'Occidente. Intrigante e cospiratore, questo feroce esecutore della persecuzione contro i Cristiani si suicidò a Marsiglia nel 310. |
|
Diocleziano, il cui obiettivo era di domare le insurrezioni in Gallia e di evitare l'invasione dei Barbari, scelse di affiancarsi un erede, il suo genero Galerio, che ricevette anche lui il titolo di Cesare, e divenne nel 305 Augusto per l'Oriente e l'Italia.
Codesto, per valorizzare l'unità dell'esercito, decise nel 306 di espellerne gli ufficiali cristiani sospettati di compromettere la stabilità del potere e suggerì all'imperatore di prendere delle misure similari.
Dopo aver esitato a lungo, Diocleziano, la cui ricerca d'uniformazione riguardava anche la religione, pubblicò il 24 febbraio 303 un editto che proibiva la presenza del Cristianesimo, considerato un'esecrabile superstizione:
« Le chiese saranno rase al suolo e i libri santi bruciati, i Cristiani saranno privati di tutti i loro onori e della loro dignità, la gente del popolo sarà privata delle sue libertà e gli affrancati ritorneranno in schiavitù.
»
Conoscendo senza dubbio l'effetto missionario del martirio dei Cristiani, accusati d'ogni sorte d'infamie, Diocleziano poté immaginare che le sue prescrizioni amministrative favorissero lo sviluppo di coloro ai quali non pensava di far versare il sangue.
Un Cristiano, Euethios, strappò pubblicamente l'editto. Allora si scatenò la decima e ultima grande persecuzione degli imperatori romani, che durò dal 303 al 305 in Occidente e si protrasse fin nel 312 in Oriente.
Un primo decreto di Diocleziano ordinò di far prigionieri i Responsabili delle Chiese - i membri del clero erano inviati al supplizio -, un secondo di torturarli se si rifiutavano di sacrificare agli dei, un terzo di trattare allo stesso modo tutti i Cristiani.
Questi editti furono applicati in modo molto variabile secondo i luoghi, le autorità, le circostanze.
Molti vescovi abiurarono o si diedero alla fuga. Le comunità furono disperse, ma pochi Cristiani conobbero la morte. Galerio (così ben nominato), approfittando di una malattia di Diocleziano, pubblicò nella primavera del 304 un quarto editto che ingiungeva di sacrificare agli dei sotto pena di morte. È da questo momento in poi che i martiri furono molto numerosi, e ne abbiamo notizia dalle Passioni o dai martirologi. L'Egitto è certamente stata la regione la più colpita dalla terribile persecuzione di Diocleziano.
Diocleziano abdicò allo stesso tempo che Massimiano il primo di maggio 305. Fu sostituito da Galerio (293-311), che intensificò la persecuzione fino al suo editto di tolleranza del 30 aprile 311, promulgato per procurarsi, nella sua malattia, la grazia del Dio dei Cristiani.
« SARETE CONDOTTI DAVANTI AI GOVERNATORI » (Mt
10, 18)
Fra le vittime cristiane le più conosciute di quest'ultima impresa sistematica e sanguinosa dell'Autorità romana, nel corso della quale Santa Devota sarebbe stata sacrificata, notiamo in particolare, e ciò nonostante la mancanza di storicità di questi
avvenimenti :
 |
- San Sebastiano (Narbonese, ufficiale favorito di Diocleziano) (20 gennaio),
- Sant'Agnese (21 gennaio),
- San Vincenzo (22 gennaio),
- San Floriano (4 maggio),
- Santi Nereo e Achille (12 maggio),
- Marcellino e Pietro (2 giugno),
- San Procopio (8 luglio),
- San Vittorio (21 luglio),
- Santa Beatrice (29 luglio),
- San Romano (9 agosto),
- San Giuliano (28 agosto),
- San Férreol (18 settembre),
- Santa Foy e i suoi compagni (6 ottobre),
- Sante Eulalia e Giulia (10 dicembre),
- I 18 martiri di Saragozza,
e, fra ben altri:
- San Maurizio (22 settembre)... |
Nella sua testimonianza, il vescovo di Lione, Sant'Eucherio, nel quinto secolo, ci ha tramandato la professione di fede molto circostanziata di San Maurizio. Se la storicità ne è sospetta, le argomentazioni qui sviluppate furono abitualmente utilizzate nei rifiuti di numerosi soldati cristiani:
« Imperatore, noi siamo tuoi soldati, ma noi siamo innanzitutto servitori di Dio. Noi ti dobbiamo l'obbedienza militare, noi gli dobbiamo l'innocenza. Noi riceviamo da tè la paga del nostro faticoso lavoro, da lui noi abbiamo ricevuto la vita. Noi non possiamo con tè rinnegare Dio nostro Creatore, nostro Signore e anche tuo Creatore, che tu lo voglia o no. Se non siamo costretti a offenderlo con tali crimini, ti obbediremo ancora, come l'abbiamo sempre fatto; altrimenti obbediremo a lui piuttosto che a tè. Noi ti offriamo, per usarli contro qualsiasi nemico, le nostre mani, che crediamo criminale arrossare con un sangue innocente. Queste mani sanno combattere i nemici e gli empi; esse non saprebbero colpire degli uomini pii e concittadini. Perchè abbiamo preso le armi per i nostri concittadini, non contro di loro. Noi abbiamo sempre combattuto per la giustizia, per il rispetto e la vita degli innocenti: questa fu la ricompensa per i nostri pericoli. Abbiamo combattuto nella fedeltà. Ma questa fedeltà, come conservarla per tè, se la rifiutiamo al nostro Dio? Noi abbiamo dapprima prestato giuramento a Dio, poi abbiamo prestato giuramento all'imperatore. Sappi bene che il nostro secondo giuramento è illusorio, se violiamo il primo. Tu ci ordini di suppliziare dei cristiani. Non hai bisogno di cercarne più lontano: eccoci qua!
Eccoci le armi in mano, e non resistiamo. Perchè noi preferiamo morire che uccidere, perire innocenti che vivere
colpevoli ».
Molto presto, per i discepoli di Cristo, le sofferenze e la morte, che i martiri hanno sopportato nelle loro lotte, sono la manifestazione della potenza della risurrezione di Cristo.
Avendolo seguito nel suo annientamento, i suoi fedeli condividono la sua esaltazione presso il Padre.
Per Gesù, come per quelli che sono perseguitati a causa di lui, la morte è sinonimo di vittoria. |
|
Fin verso la fine del quarto secolo, i martiri, la cui dignità è considerata un riflesso della gloria di Dio, furono i soli santi ad essere ammessi agli onori del culto.
«
La parola "martire" conosce oggi un'estensione di senso e si usa per disegnare tutti quelli che muoiono per difendere una gran causa, o che muoiono da vittime innocenti della cattiveria degli uomini. I cristiani che sono stati martirizzati nel corso della storia non sono morti per difendere la loro religione, nemmeno per affermare l'esistenza di Dio, né l'esistenza di un cielo dopo la morte. Sono morti per non rinnegare Colui al quale avevano dato la loro fede, Colui al quale si erano votati, Colui con il quale affermavano essere in rapporti attuali e che confessavano come Signore e Salvatore, il Cristo risorto, l'Emanuele, il Dio presente in loro.
Là è l'originalità del martire cristiano, che non muore per una causa, per quanto nobile essa sia, ma per fedeltà a Dio di cui lui si sa amato. E il martire cristiano testimonia Dio presente nel nostro mondo per divinizzare gli uomini. Testimonia l'Amore di Dio e la grandezza
dell'uomo. » (Cardinale Roberto Coffy, Arcivescovo di Marsiglia, festa padronale
1993).
DEVOTA (283-304) : « APRE LA BOCCA CON SAGGEZZA »
(Pr 31, 26)
Scacciati da Roma da Settimio Severo e Caracalla all'inizio del terzo secolo, i Cristiani arrivarono in Corsica dove, nel primo secolo avanti Cristo, i Romani avevano fondato la città di Mariana, alla foce del Golo, vicino allo stagno di Biguglia.
Effettivamente, nel 93 avanti Cristo, Marius vi aveva istallato, assegnandole il suo nome, una colonia composta di veterani delle sue campagne contro i pirati. È stato Augusto (27 avanti G.C. - 14 dopo G.C.) a crearvi un porto, e Mariana divenne allora un punto d'accesso importante per l'espansione romana nel nord dell'isola.
Accanto alla cattedrale romana, chiamata la Canonica, si è riportato alla luce une basilica paleocristiana del quarto secolo come pure un battistero, della stessa epoca, che testimonia gli inizi del Cristianesimo in Corsica e conferma l'importanza che rivestiva la celebrazione battesimale nella Chiesa primitiva.
Devota sarebbe nata nel 283, nel luogo chiamato Quercio, sui primi pendii che conducono dal porto romano di Mariana alle alture di Borgo, nell'attuale comune di Lucciana (Alta Corsica).
Euticus, un non credente presso il quale Devota trovò rifugio, preferì morire piuttosto che consegnare la ragazza al nuovo governatore chiamato (guarda caso) Barbarus. Vittima della delazione e arrestata, Devota mantenne la sua professione di fede fino alla fine. La sua testa fu schiacciata a colpi di pietre, verso il 304. |
|
I suoi fratelli cristiani allontanarono il suo corpo dal rogo e, per evitare ogni profanazione, lo misero in una barca, probabilmente destinata a raggiungere le coste dell'Africa del Nord, dove vivevano allora parecchie comunità cristiane. Condotto dal pilota Graziano e dal prete Benenatus, guidato da una colomba, il battello arriva a Monaco, al vallone dei Gaumates, dove secondo una leggenda si trova una cappella dedicata a San Giorgio, anche lui perseguitato da Diocleziano. Il corpo di Devota fu seppellito ai piedi della Roccia, sulla riva sinistra del torrente. Sulla sua tomba fu più tardi eretta una cappella.
All'epoca dell'invasione dei Saraceni, i resti della martire furono nascosti nel convento di Cimiez, poi riportati a Monaco e conservati nella cappella restaurata da Antonio I.
Fu là che, nel 1070, il capitano di una nave fiorentina, Antinope, avrebbe rubato il reliquiario contenente le ossa di Devota, con l'intento di negoziarne i benefici. La storia racconta che un vento violento l'impedì di salpare... Arrestato, fu condotto al Palazzo dove Ugo di Grimaldi lo condannò ad avere le orecchie e il naso tagliati.
Ogni anno, nell'occasione della festa padronale, la tradizione della barca infiammata potrebbe avere come origine, secondo certi, il furore dei Monegaschi che desiderano cancellare, con il fuoco, tutte le tracce di quest'infamia.
PATRONO DELLA CORSICA
Il martirio di Devota ha costituito un contrassegno dell'identità cristiana, più a Monaco che in Corsica, poiché bisognerà aspettare il diciassettesimo secolo affinché il culto della Santa diventi rilevante sull'isola, dove furono mandati dal Principato delle reliquie della martire, una, nel 1637, esposta nella chiesa Sant'Ignazio dei Gesuiti, e un'altra nel 1728.
Fra il 1727 e il 1751, tre pratiche furono vanamente avviate presso Roma per ottenere che Santa Devota sia dichiarata patrono del Regno di Corsica. Nel 1731, Devota fu già scelta come protettrice della Corsica.
Nel 1820, il primo vescovo della Chiesa di Corsica raggruppò le sei anziane diocesi dell'isola, e proclamò Santa Devota ormai patrono principale della Corsica, a pari di Santa Giulia di Nonza, in seguito al decreto della Congregazione dei Riti del 14 marzo.
Nel 1893, per la prima volta, si dedicò una chiesa a Santa Devota, quella ricostruita a Pietranera. Essa resterà fin nel 1936 il solo luogo di culto corso posto sotto la protezione della giovane martire.
Oggigiorno, anche se la festa di Santa Devota rimane ben fissata il 27 gennaio, si rinvia la solennità la domenica seguente, mentre una celebrazione il lunedì di Pentecoste raggruppa numerose confraternite di Penitenti che partecipano alla processione che parte dalla cattedrale della Canonica.
I testi ufficiali della messa furono approvati il 18 marzo 1984 dal Vescovo d'Aiaccio e l'11 agosto dello stesso anno dalla Congregazione per il culto divino.
(Sapienza III 1-9; Salmo 123; Prima lettera di Giovanni 5, 1-5; Vangelo secondo Giovanni 15,
18-21).
|
|
I CORPI DEI SANTI FURONO SEPOLTI IN PACE (Sir
44, 14)
È senza dubbio la devozione secolare nei confronti della giovane martire che «
spiega lo stile dei racconti che riferiscono la sua gioventù, il suo dialogo con il non credente o il persecutore, e l'irraggiamento del suo corpo illuminato, secondo un'altra tradizione biblica, dalla colomba, simbolo dello Spirito di Dio, che conduce la barca del popolo cristiano fino alla Roccia della
Fede. » (Mons. Giancarlo Thomas, Vescovo d'Aiaccio, festa padronale
1979).
Nella letteratura agiografica, numerosi racconti che si riportano ai primi secoli comportano meno verità storiche che elementi immaginari o abbelliti. È difficile individuare i fatti autentici nella loro presentazione romanzesca. Gli elementi edificanti, apologetici e polemici prendono spesso il sopravvento sull'elemento storico.
È così che si ritrovano molti temi comuni, per esempio l'arrivo per mare delle reliquie di San Tropez o di Santa Réparate.
Che senso può assumere la preoccupazione, la premura di raccogliere e conservare il corpo torturato di una persona martirizzata per la sua
fede ?
Più di qualsiasi altra religione, il Cristianesimo, a dispetto di certi malintesi legati alla morale e alla disciplina, considera il corpo positivamente. Per farsi vicino all'uomo e concludere con lui un'alleanza, Dio stesso si è incarnato in Gesù, che ha dato, come cibo, la sua carne e il suo sangue, prima di consegnare alla morte il suo corpo chiamato alla risurrezione gloriosa. |
|
Questa esaltazione, promessa a quelli che fin da ora sono vittoriosi con Cristo, stabilisce con Dio una prossimità dinamica che supera il solo faccia a faccia, e crea una comunione ugualmente spirituale e corporale.
Consacrato dal battesimo, il corpo del Cristiano è il luogo dove soffia il Creatore e l'espressione preliminare di un'unione con Lui e con gli altri: il Signore, che lo abita, fa di questo santuario il tempio del suo Spirito. Non è Lui stato riconosciuto vivo, il mattino di Pasqua, non per mezzo di una manifestazione della sua potenza ma dai segni corporei della sua passione? La vita del Risorto può anche essere resa salda dalle prove e scaturire dalle nostre ferite.
I membri della Chiesa, diventati attraverso il mistero pasquale il Corpo di Cristo, considerano la corporalità come una dimensione essenziale della persona. Con lo sguardo rinnovato dalla fede, vedono nel
corpo :
- un'espressione, non soltanto di sé, ma della Parola che Dio rivolge all'uomo impossessandosi di lui interamente,
- una costruzione proseguita nel tempo e lo spazio, che non annientano né l'invecchiamento né la morte,
- un segno che rivela la gratuità dell'amore di Dio, che trascende l'avere e l'azione, il potere e l'efficacia,
- un richiamo della vocazione che riceve ogni essere umano di trasmettere la vita, essa stessa accolta come un dono del Creatore,
- un'identità che si elabora, mediante il dialogo, in un campo relazionale dove si articola un'esistenza comunitaria,
-
un movimento che santifica l'uomo promesso alla trasfigurazione del suo destino nella luce delle nozze eterne.
Nonostante le derive del culto dei morti, questa pietà popolare di "rendere al defunto le onoranze che gli sono dovute" (Sir 38, 16) esprime senza dubbio il migliore dell'uomo e, per i Cristiani, mette in risalto la presenza di Cristo nel cuore stesso di una vita donata per lui. |
|
UN BEL ROMANZO?
È incontestabile che, nel Principato, Devota sia stata un personaggio affascinante, avendo lei contribuito a creare una federazione e paradossalmente a fondare una comunità di credenti sprovvista di radici religiose storiche - se non tradizionali.
Sulle circostanze dell'arrivo del corpo di Devota a Monaco, come sulla sua corta vita in Corsica, non c'è pervenuto niente che non risali all'incirca prima del dodicesimo secolo (epoca in cui fu redatto su una pergamena un manoscritto latino conservato nella Biblioteca nazionale di Parigi), vale a dire approssimativamente un millennio dopo gli avvenimenti (cfr. Annali monegaschi 1977: Les sources de la «
Passio Devotae ». Un manuscrit inédit. (Le fonti della "Passio Devotae". Un manoscritto
inedito)).
Questa "passio" di Santa Devota, pubblicata nel 1613 nella cronologia Lerinensis, è, così
« come quella d'Agnese, d'Agata, di Lucia, di Cecilia e d'Anastasia una storia affascinante e patetica, impregnata di soave poesia. È il fanatismo che si accanisce contro la fede, l'onore e la libertà; è la brutalità che imperversa contro la castità, la bellezza, la giovinezza, la fragilità, non rispettandone neanche la salma; ed è la pietà, la tenerezza dei fedeli che mettono al sicuro le preziose reliquie, diventate oggetto d'amore e d'ispirazione, e che tramandano il ricordo del doloroso e ammirevole
avvenimento.
»
(Cardinale Baggio, festa padronale
1980).
La vita di Santa Devota non sarebbe che una bella leggenda? Certi, come Labarde, l'hanno pensato.
Tuttavia, tale M. De Trenqualéon che, nel 1902, cercò le tracce del culto corso di Santa Devota, numerosi furono gli scrittori e gli storici che presero in esame questa tradizione tramandata dal medioevo da racconti tardivi: questi sono menzionati nel prezioso libro concernente les Recherches sur les traditions, les coutumes monégasques et étrangères ainsi que sur leurs origines (Ricerche sulle tradizioni, i costumi monegaschi e stranieri così come sulle loro origini), di Luciano de Castro, uscito a Grenoble nel 1944.
Inquadrando Devota nella storia, ci troviamo di fronte a quello che si crede, confrontati a quello che si sa e a quello che si crede sapere. In futuro, cosa si dirà di quello che i Cristiani del ventesimo secolo sapevano della persecuzione, alla loro epoca, dei loro fratelli
battezzati ?
Certo, si potrà dire, si parlava di "Chiesa del silenzio"; ma questo silenzio era sopratutto quello di coloro che negarono ufficialmente o dimenticarono la sorte riservata ai battezzati di tutte le confessioni, in particolare quelli che vivevano sotto il regime comunista. È questa la ragione per la quale noi disponiamo ancora di molto pochi documenti riguardo a questo periodo, che rimane il più oscuro di tutta la storia della Chiesa di
Cristo ?
Oggigiorno, lo scetticismo s'impone in ogni circostanza.
Mentre Gerolamo Carcopino fa risalire il martirio di Devota al terzo secolo, certi storici pensano che Santa Devota non è altri che Giulia di Cartagine, morta in Africa del Nord, la cui storia è raccontata secondo una tipologia identica, e che la Corsica venera a Nonza, così come a Livorno e a Brescia, che accolsero le sue reliquie nel ottavo secolo.
Si tratta della stessa ragazza? C'è sdoppiamento di persona, come lo pensava Lanzoni basandosi sulla denominazione che sarebbe "Julia virgo Dei vota"?
È vero che ci si può interrogare sulla presenza di Cristiani a Monaco nel 304, però bisogna notare che la prima menzione di questi a Nizza (in quel tempo là era così lontana?) non data che di 10 anni più tardi.
Eppure, la festa di Santa Devota non appare nei calendari locali che nel 1130?
Bréa, nove secoli più tardi, non ha rappresentato Santa Giulia in uno dei pannelli del retablo di San Nicolao (Cattedrale di Monaco), allora che a quell'epoca non si trova nessuna traccia di un qualsiasi culto rivolto a questa santa dai cattolici di Monaco?
Le prime processioni in onore di Devota non risalgono al 1536, al momento in cui il Principato si trova di fronte a dei problemi di territorialità con la Turbie?
Devota diverrà il patrono della Casa Sovrana solo nel diciassettesimo secolo?
In sunto, Santa Giulia di Cartagine non avrebbe preceduto, nel riconoscimento ufficiale dei documenti, quella che sarà venerata più tardi sotto il vocabolo del suo soprannome: "Dei vota"?
Ma di quale Giulia si tratta? Non dimentichiamo che il martirologio romano menziona otto sante che portano questo nome.
Per quanto riguarda il nostro proposito, se le informazioni sulla sua origine tunisina, la sua situazione di schiava a Cartagine, la sua morte di croce e la sua venerazione dai Corsi concordano nelle diverse versioni, queste divergono soprattutto quanto alle date. Certi cronisti vedono in Santa Giulia una martire contemporanea di Santa Devota in Corsica o in Africa, altri una serva che, dopo essere sbarcata a Nonza, fu vittima, verso il 439, del governatore Felice che la condannò a morire in croce, altri infine una giovane donna crocefissa a Cartagine accerchiata dai Persi nel 616.
Se tale fosse il caso, due o tre secoli ci separerebbero dal tempo della crudele repressione di Diocleziano...
Si vede, menzionare qualche similitudine fra Devota e Giulia non risolve niente, tanto quest'ultima pone agli agiografi altrettante questioni che il patrono di Monaco.
Come nell'esegesi biblica, il metodo delle concordanze è spesso catastrofico.
Fino a prova contraria, si deve credere alle leggende, perchè esse hanno spesso provato i loro meriti.
Qualunque siano le somiglianze, le confusioni, le contraddizioni, le tradizioni, le confutazioni e le negazioni, la storicità del personaggio, così oscuro essa sia, è verosimile.
Gli agiografi hanno incontestabilmente abbellito la leggenda di Santa Devota, ciò nonostante il fondo può essere considerato altrettanto storico quanto la situazione, ben reale, dell'ultima e la più terribile delle persecuzioni intraprese dall'Autorità romana all'inizio del quarto secolo, che vedeva nei cristiani, il cui numero raggiungeva già, nelle nostre regioni, 50% della popolazione, un pericolo per la vecchia società tradizionale.
In effetti, resterà sempre
"più importante e più interessante soffermarsi sul senso del martirio, sul senso di questa testimonianza nella quale la nostra Chiesa si radica. I martiri testimoniano di Gesù, ma non si può separarli da tutti gli altri testimoni che costellano i secoli fino ai nostri giorni. Con loro, essi sono i testimoni della libertà di coscienza affermata fino alla morte di fronte al potere totalitario."
(Giovanni Comby, Pour lire l'Histoire de l'Eglise (Per leggere la storia della
Chiesa), Tomo I, Cerf, pag. 52)
La storia di Santa Devota non poteva lasciare indifferenti gli artisti. Dal punto di vista musicale, parecchi compositori se ne sono ispirati: Mons. Perruchot che, nel 1912, compose una leggenda musicale e, nel 1917, una cantata; Marcello Landowski (1915-1999) la cui cantata, dedicata al Principe Ranieri III, A Santa Devota, Patrono di Monaco, martire e beata, fu creata nella corte d'onore del Palazzo Principesco il 20 luglio 1997 e resa il 14 dicembre 2004 all'auditorio Ranieri III, nell'ambito del concerto che solennizzava il 1700 anniversario del martirio di Santa Devota.
Però, incontestabilmente, preceduta nel 1912 dal componimento in versi del corso J.-P. Lucciardi: U Martiriu di Santa Divota, dalla leggenda poetica composta nel 1865 da Giuseppe Méry e dal dramma musicale scritto da Luigi Baudoin con una musica di Marco Cesare Scotto, pubblicata nel 1941, l'opera la più significativa è senza dubbio La Leggenda di Santa Devota, uscita nel 1927. Si tratta, considerata unicamente da un punto di vista culturale, del primo grande scritto in lingua monegasca.
Con la descrizione dell'arrivo al vallone dei Gaumates del corpo martirizzato di quella che diventerà ben più tardi il patrono del Principato, Luigi Notari (1879-1961) ha voluto opporsi ad una corrente che faceva pensare che Monaco si allontanava sempre più dalla sua tradizione linguistica, dato che gli anziani esitavano a parlare in presenza dei loro figli una lingua giudicata poco nobile.
D'altronde, è in reazione a quest'abbandono e per lo sviluppo del patrimonio culturale nazionale che, nel 1924, fu creato il Comitato delle Tradizioni monegasche. |
|
Con la sua opera specificamente nazionale, letteraria e lessicale, Luigi
Notari
che non ambiva fare un lavoro da storico, ha cercato di restituire la loro dignità ai vocaboli contadini o marittimi che facevano parte delle espressioni della vita quotidiana monegasca, e che tendevano a cedere il posto a dei neologismi francesi, liguri o italiani. La lingua monegasca, dalle intonazioni saporite e dotata di un vocabolario sorprendentemente abbondante, è stata oggetto di parecchie tesi universitarie. Il programma delle scuole del Principato l'include nell'insegnamento dal 1976.
.
Luigi Notari, nell'introduzione del suo poema A Legenda de Santa Devota, rivela la sua visione nostalgica di Monaco nel quarto secolo, e rammenta che la rada (che prefigurava la diga? ... ) faceva la fortuna della città.
Dopo una descrizione della Roccia, dei suoi abitanti e della natura circostante, l'autore immagina due feste pagane concomitanti di cui racconta lo svolgimento, nel corso del quale, incuriosita, la folla osserva con stupore un battello che si avvicina e riceve le lunghe spiegazioni del pilota Graziano: «
Fatemi sapere, vi prego, dove sono arrivato... (Feme savi, ve pregu unde arrivu)... dell'isola di Corsica dove noi abitiamo (de l'isura de Còrsega unde à u
nostru)... ».
Segue una prima preghiera a Santa
Devota
:
«
O bela Santa Vèrgine Devota
per min nun ò paùra d'a morte
Ma marcamè u camin che divu süive
se ra vuruntà de Dìu è che te porte
per dorme ün paije u sens de ra morte.
Oh bella Santa Vergine Devota
io non ho paura della morte
Ma tracciami la strada che devo seguire
se la volontà di Dio è che ti conduca
là dove dormirai in pace il sonno della
morte… ».
Morta per aver affermato la sua determinazione di fronte alla tirannia romana,
Devota diventa simbolo di libertà per tutta la nazione
monegasca :
«
Nun gh'è ren de ciü sacru ün mesu a nui
ren de ciü belu che l'independença.
Non c'è niente di più sacro fra noi
niente di più bello dell'indipendenza... ».
|
|
La letteratura e la musica messe da parte, il personaggio di Santa Devota è sovente raffigurato dalle creazioni artistiche. Monaco ne possiede parecchi affreschi, vetrate e quadri (si vedano le parrocchie di San Giambattista, di Santa Devota e il retablo San Nicolao alla
Cattedrale).
Il Museo dei Francobolli e delle Monete di Monaco presenta varie monete con l'effigie del patrono del Principato. Si può rilevare che, al diciassettesimo secolo, Onorato I fu il primo a coniare un sesto di Fiorino con l'immagine di Santa Devota in piedi; questa rappresentazione fu ripresa, verso il 1700, da Luigi I su un Sol di dodici denari, e pure nel 1703 da Antonio I. Nel 1735, Onorato III aggiunse su una moneta di sei denari quest'invocazione latina:
« Tu nos ab hoste
protege » (Proteggici dal nemico).
I filatelici sanno quanto numerosi sono i francobolli monegaschi che ricordano il Patrono del Principato. |
|
Sia quel che sia dei risultati della critica agiografica riguardo alla leggenda concernente Santa Devota, il discernimento necessario non saprebbe sottrarci al messaggio che la tradizione, nel corso dei secoli, ha voluto tramandarci.
Questo fu ampiamente condiviso nel corso del pellegrinaggio che la diocesi di Monaco ha fatto sui passi di Santa Devota, alla festa di Pentecoste 2003, preludio all'anno che segnò il diciassettesimo centenario del martirio della giovane abitante di Lucciana.
LA POTENZA SI MANIFESTA NELLA DEBOLEZZA (2 Cor 12, 9)
I Cristiani sono sempre stati sconcertati, anzi destabilizzati, tentati di rifugiarsi nell'anonimato.
Quelli che si sforzano di restare fedeli al Vangelo e di seguire Colui che "ha distrutto in se stesso l'inimicizia" (Ef 2, 16) conosceranno inevitabilmente la persecuzione, qualunque ne sia la forma. Tutti soffriranno l'ironia e la derisione, e saranno in qualche modo colpiti in ciò che costituisce la loro ragione di credere, di sperare, d'amare, vale a dire di vivere.
Giovanni Paolo II ha ricordato queste tensioni:
« La paura a volte toglie il coraggio civico agli uomini che vivono in un clima di minaccia, d'oppressione o di persecuzione. Hanno allora un particolare valore coloro che sono capaci di capovolgere ciò che chiamiamo la barriera della paura per essere dei testimoni della Verità e della Giustizia... L'uomo deve allora correre il rischio di una situazione sconosciuta, il rischio d'essere mal visto, di esporsi a delle conseguenze sgradevoli, delle ingiurie, delle rappresaglie, delle perdite materiali, forse la prigione o la persecuzione... Il Vangelo si rivolge a degli uomini deboli, poveri, miti e umili, artigiani di pace e misericordiosi; ma allo stesso tempo fa costantemente appello alla forza. Ripete spesso: Non abbiate
paura ! ». (15 novembre 1978) |
|
Onorare la giovane martire corsa del quarto secolo, è anche rammentare che il ventesimo secolo ha conosciuto più martiri per la loro fede che qualsiasi altro periodo della storia.
«
Essere votato a Dio », devoto, dà significato alla vita. Questo epiteto, diventato un nome, "Devota", si fonda su una vocazione e indica una missione: quelle d'ogni battezzato.
|
|
«
Corpu martirisau, cun üna barc'vela
I venti e a mar fint'a nui T'an purtau
Da chel'ura ün poei a To'Santa Tütela
U nostru Principatu ün paije à gardau.
Oh corpo martirizzato, in una barca a vela
I venti e le correnti fino a noi ti hanno portato
E da quest'attimo sotto la tua santissima stella
Il nostro Principato in pace dimora.
Prutege u Suvran, a So'cara Famlya
U me picin Païse e cheli che ghe stan
Permet'a tüti nui de viv'ün armunia
Per iesse sempre prunti a se da üna man.
Custodisci il Sovrano e la sua cara famiglia
Il nostro piccolo paese e i suoi cittadini
Permetti che viviamo in perfetta armonia
Per essere sempre pronti a darci la mano.
Pruteg'a zuventü e daghe u curage
A Fede a Sperança ünt'ün deman seren
Chela fraternita che voe che se partage
Cun chelu scunusciüu, u nostru fral tamben.
Proteggi i nostri figli, dà loro il coraggio
La fede e la speranza di un avvenire sereno
Questa fraternità che vuole che si condivida
Con gli sconosciuti, i nostri fratelli di domani. »
|
|